L'autunno si stava preparando a dare un colpo al cuore dell'estate. Non c'erano altri mezzi per liberarsi del caldo e delle zanzare, solo così se ne sarebbero andati. Almeno fino al prossimo anno. Le panchine vuote dei giardini pubblici avevano già l'aria triste dell'abbandono, presto le foglie degli alberi si sarebbero accumulate al loro fianco e una nuova pioggia le avrebbe bagnate.
Ma a lei non bastava per dire che il suo malessere sarebbe finito con la bella stagione. C'erano ancora mille nodi da sciogliere, e non aveva la minima idea di come ne sarebbe uscita.
Era stata una stagione amara, piena di dubbi e di novità aspre come la sua vita. Non c'erano spiragli, la fine del caldo portava sollievo al corpo, ma le sue giornate restavano soffocanti.
Lui non era che uno dei suoi tanti problemi, era la genesi dei guai e dei dolori, dopo essere stato la sua fiducia e il suo rifugio. Bisognava voltare pagina, ma il libro non c'era, e la lettrice era stanca.
Rincorrere il tempo perduto malamente non era nel suo stile, non le piaceva fingere che certe cose si potessero ancora fare, però c'erano giorni interi di inutilità da giustificare con se stessa, e non sapeva cosa avrebbe fatto per superare la rabbia e ripagare il credito che aveva con i suoi errori.
Senza la gioventù, che era scivolata verso la sua naturale meta, non poteva fare molto. C'è un tempo per tutto, e lo sapeva. Però dei brandelli di vita si potevano ancora dedicare alla ricerca di ciò che di più simile ci poteva essere a quelle cose perdute che non si potevano recuperare. Bisognava solo pensarci, farsi venire un'idea. E lei di idee ne aveva sempre avute tante.
Per esempio, perché gli aveva permesso di decidere cosa poteva fare del suo futuro? Perché non aveva ripreso gli studi com'era suo desiderio? Non voleva dispiacergli, non voleva rubare tempo a loro due. Così lui le aveva rubato tutto, anche la dignità. Ora aveva l'occasione di riprendersi quello che le restava del domani.
Camminò a lungo prima di decidere, camminò per decidere e per essere certa che aveva deciso.
Sul viale che portava a casa la luce si affievoliva come una lampada che sta per esaurirsi, lentamente il tramonto vinceva il giorno, era come il sussurro di un morente che cerca l'ultimo respiro. Lei non poteva farci nulla, il buio sarebbe caduto di lì a poco, ma per la sua vita poteva ancora ricamare un sogno nella mente.
Dall'altra parte del marciapiede la figura infagottata di una donna si affrettava verso la chiesa: era Rosa, la vagabonda che da un po' circolava nel quartiere, a caccia di soldi e di vino a buon mercato. Per un attimo i loro sguardi si incrociarono e fu costretta a guardarla. Rosa aveva gli occhi della fame e lei non aveva molto con sé. Tirò fuori dalla borsa una banconota da cinque euro e gliela porse, era tutto ciò che custodiva il suo vecchio portafoglio.
La donna prima la guardò, poi prese i soldi con la mano che tremava e se li infilò nella tasca piena di macchie del vestito. Non la ringraziò, scappò via veloce come un topo in trappola, quasi temesse un ripensamento.
A casa la accolse il solito silenzio. Era abituata a non sentire più una voce quando rientrava, era abituata ma ogni volta si sforzava di sentire ciò che non poteva udire. Il rumore del silenzio era assordante.
Non era infelice, era confusa. Per tutto ciò che era accaduto, per tutto ciò che sarebbe potuto accadere come conseguenza degli ultimi avvenimenti. Lui non era più lì, con lei, a testimoniare che erano stati una coppia. Che c'era stata tra loro l'intesa che scocca fra due persone e li unisce, in modo quasi misterioso. Lui era altrove, dove lei non era. C'erano ancora mille domande da farsi, nessuno avrebbe potuto rispondere perché le risposte non c'erano, o non c'erano ancora.
Preparò in fretta una cena frugale, non aveva molta fame ma sapeva che doveva mangiare, per sopravvivere. E per passare il tempo.
Dopo cena sparecchiò velocemente la tavola e accese il computer. Il sito dell'università dava tutte le informazioni che le servivano ma a lei vennero lo stesso mille dubbi, per questo decise che sarebbe andata di persona per avere conferma di ciò che aveva letto. Voleva essere rassicurata, come da bambina, quando la mamma giurava ridendo che dopo la spesa sarebbe tornata a casa. In qualche modo, quella bambina era tornata, e aveva bisogno di conferme.
D'un tratto sentì un brivido di freddo, ma non era l'autunno a gelarle il sangue.
Era una casa piena di fantasmi, la circondavano, le ricordavano ciò che era stato.
Decise di andare a dormire, erano solo le dieci ma non riusciva a concentrarsi su un pensiero, non riusciva a fare niente. Solo dormire le sembrava possibile.
Si distese sul letto stirando con cura le lenzuola sotto di sé e si schiarì la voce come se avesse dovuto parlare, dire "Buonanotte" a qualcuno, poi si giro' sul lato sinistro, come faceva sempre, per convincersi che si stava disponendo al sonno.
Ma le immagini di un passato vendicativo cercavano la sua mente.disorientata. Erano lì per confonderla ancora di più, per farle credere ciò che non era vero, ciò che faceva più male.
Come se avesse sognato e, di lì a poco, tutto potesse tornare alla normalità. A quando il.rumore del silenzio era rotto dalle note allegre della sua voce, dal ciarlare salottiero che la incantava ogni volta perché così lontano dalla realtà, e dalla sua crudezza.
Non voleva ripensare alle parole dure, al male fatto, alla distruzione sistematica della sua identità. Lei voleva pensare che tutto era come aveva immaginato sarebbe stato fin da quel primo.giorno.
Dopotutto, aveva il diritto di sognare.
Ma la notte la tradiva ogni volta.
Le immagini tornavano a ricordarle volti e parole. Tutto riemergeva dal fondo della sua coscienza e dava inizio a nuovi tormenti.
Vedeva il volto contratto e gli occhi chiusi, la gente intorno e le lacrime...ma di chi? Sue, di altre persone vicine a lei, di nessuno?
Quei volti erano sfuocati e vividi insieme e raccontavano la stessa storia. Un tradimento, un' abbandono. Ed era sola.
Non dormiva, eppure era immersa in un sonno profondo.
L' alba sarebbe arrivata anche dopo quella notte.
E lui, che le aveva fatto tanto male, freddo e lontano,
avrebbe continuato a guardarla malgrado gli occhi chiusi, serrati, e a chiederle ossessivo e duro: "Perché?".
Non era una colpa, ma avrebbe dovuto avvisarla, dare qualche segno di ciò che sarebbe successo.
E non lasciarla a un dolore che non poteva più neppure invocare la rabbia.
Anche morendo aveva saputo ferirla.
Chiuse gli occhi e pensò che questo non glielo avrebbe mai perdonato.